IMO – i microrganimsi indigeni

Dopo aver raccontato la storia di Master Han-Kyu Cho e aver introdotto l’approccio filosofico di base attraverso la traduzione della prima lezione di Master Cho al seminario dell’Università delle Hawaii del 2010, è giunto il momento di entrare nel vivo dell’agricoltura naturale coreana con l’IMO, pilastro fondamentale di questo metodo.

IMO è l’acronimo di Micro Organismi Indigeni, ovvero una coltura di batteri, funghi, nematodi, protozoi e altri microrganismi, indigeni in quanto autoctoni del luogo.

In agricoltura naturale coreana non ci si affida a colture di microrganismi selezionate e prodotte artificialmente ma a colture raccolte personalmente dall’agricoltore naturale nella propria zona. Sono loro i più efficaci, perché già perfettamente adattati alle condizioni climatiche e ambientali locali.

Nel corso dell’articolo vi guiderò passo dopo passo nella raccolta e preparazione di questi preziosi alleati.

L’importanza di un suolo vivo

Come visto nel metodo di “Coltivazione secondo la legge della Natura” di Mokichi Okada, il suolo è un elemento essenziale; come afferma Okada

Master Cho condivide questa visione e pone il suolo al centro del suo approccio: perchè solo un terreno sano, con il suo potere intrinseco e naturale, può generare colture rigogliose e genuine.

Per HanKyu Cho, un suolo sano è prima di tutto un suolo vivo, brulicante di microrganismi, piccoli animali e vita invisibile. Ed è proprio su questa vitalità che si fonda l’agricoltura naturale coreana: non su macchinari o fertilizzanti chimici, ma sull’azione armoniosa e potente di questi organismi viventi.

Puntare sui microrganismi

In agricoltura convenzionale ci si affida ai trattori per la lavorazione del suolo, per decompattarlo ed arieggiarlo. Ma, come visto nell’articolo precedente, le macchine riescono a smuovere solo uno strato superficiale di 20 cm: sotto le radici trovano un suolo duro impenetrabile.

Niente a che vedere con il lavoro silenzioso e profondo dei microrganismi e dei piccoli animali, i veri adetti della Natura a questa funzione. I lombrichi, ad esempio, arieggiano il suolo fino a 3 metri di profondità!

I lombrichi

Master Cho lo dice chiaramente

Nei periodi di siccità, i lombrichi scavano in profondità alla ricerca d’acqua, creando tunnel che possono scendere fino a 3 metri. Trascinano nel cunicolo foglie e residui organici, li lasciano predigerire da funghi e batteri e solo allora li consumano.

Così, dove passa il lombrico, sono presenti anche i microrganismi. I tunnel poi diventano canali vitali: aria, acqua e nutrienti scorrono in profondità. La loro presenza attira predatori come talpe e grillo talpa, che smuovono e ammorbidiscono ulteriormente il terreno. Intanto, i batteri secernono sostanze collose che aggregano le particelle di suolo in micro-aggregati. I funghi, con i loro filamenti, li legano come corde, formando macro-aggregati stabili. È così che nasce una struttura grumosa, soffice, ricca di pori: un suolo che respira, trattiene acqua e nutrienti, e sostiene la vita.

Ma quando fresiamo, distruggiamo tutto: rompiano i cunicoli e gli aggregati, facciamo strage di microrganismi, interrompiamo il flusso di aria e sostanze vitali e con il peso dei trattori compattiamo il terreno, con conseguenze gravissime ( che approfondisco nel video qui sotto.)

I fertilizzanti chimici

Dopo aver lavorato il suolo, spargiamo fertilizzanti chimici per “nutrire” le piante. A volte aggiungiamo compost o letame sopra, convinti di fare bene. Ma i fertilizzanti non sono cibo pronto: le giovani radici non li assorbono subito e così si accumulano, si induriscono e formano grumi compatti nel terreno.

Ju-Young Cho, figlia di Master Han-Kyu Cho, nella sua prima lezione al seminario delle Hawaii del 2010, usa un’immagine semplice e potente:

Esattamente. Con i fertilizzanti chimici non stiamo tenendo conto delle reali necessità delle giovani piantine ma le stiamo sovraccaricando di nutrimento che non possono digerire. Il surplus resta nel suolo, si solidifica, crea uno strato duro che le radici non riescono a penetrare. Così si sviluppano solo in superficie, lateralmente. Ma ogni nuova dose di fertilizzante alza quel muro compatto, sempre più vicino alla superficie. Fino al giorno in cui il terreno diventa completamente inutilizzabile!.

Quanti microrganismi sono presenti nel suolo?

Ci sono 700kg di microrganismi per quarto di acro, cioè 1.000 m2 ( dipende comunque dal contenuto di materia organica), di questi il 70/75% è composto da muffe, il 20/25% da microrganismi ed il 5% da piccoli animali.

Come afferma Master Cho in una delle sue lezioni tenute all’università delle Hawaii:

Il loro corpo è composto per l’80% di acqua e nel complesso sono una fonte di 70kg di carbonio e 11kg di azoto per quarto di acro (1.000 m2 ).

Microrganismi e fertilizzanti a confronto

L’urea è un fertilizzante azotato largamente utilizzato contenente una percentuale del 46% di azoto.

Questo significa che

in 20 kg di urea ci sono 9,2kg di azoto

e

in 23 kg di urea ci sono 11kg di azoto

la dose convenzionale è di 10/30 kg di urea per 1.000 m2 equivalenti a 4,6/13,8kg di azoto per 1.000 m2

Invece nel caso del letame, in media si consiglia di applicarne 3/4 kg a m2, che per es. per il letame bovino con un contenuto di azoto dello 0,4% si traducono in 12/16kg di azoto per 1000m2.

Quindi come possiamo vedere in presenza dei microrganismi in realtà non avremo bisogno di alcun fertilizzante.

Come afferma Master Cho,

(a breve chiarirò cosa si intende per IMO4, mentre dell’OHN (=estratto di erbe orientali) e dell’FPJ (= succo di erbe fermentate ) parlerò nei prossimi articoli )

Il ruolo dei microrganismi

Cosa fanno quindi i microrganismi nel terreno? Perché sono così importanti?

Come abbiamo visto, con un suolo vivo – popolato da microrganismi e piccoli animali – non serve più lavorare la terra, né usare fertilizzanti azotati. Anzi: se la catena alimentare del suolo funziona a dovere, possiamo fare a meno di:

  • trattori,
  • fertilizzanti chimici,
  • compost e letame,
  • pesticidi,
  • erbicidi,
  • e persino sistemi di irrigazione.

Sembra troppo bello per essere vero?
In realtà, è esattamente così che funziona la Natura.

Lo spiego nel dettaglio in questo video, unendo gli insegnamenti di Master Cho a quelli della dottoressa Elaine Ingham, pioniera della soil food web (=la catena alimentare del suolo ) con oltre 40 anni di ricerca sulla rete trofica del suolo.

Puntare sui microrganismi

Quindi, invece di macchinari, fertilizzanti e pesticidi chimici, come insegna Master Cho, dobbiamo puntare sui microrganismi. Solo che c’è un problema: le pratiche convenzionali hanno devastato la biologia del suolo ed adesso ci ritroviamo con terreni compattati, contaminati, con un microbiota completamente fuori equilibrio. Serve ripopolarlo, ripristinarne la biodiversità. Ma come?

Negli ultimi anni la scienza ha riscoperto i microrganismi del suolo. Peccato che, ancora una volta, il profitto abbia preso il sopravvento: lo studio si è ridotto a isolare “il” batterio o “il” fungo perfetto, per venderlo in flacone.

Chiedete a un esperto di agricoltura rigenerativa: vi consiglierà uno degli innumerevoli inoculi commerciali o pratiche come il tè di compost, il JMS ed il Teku cana. Tutti strumenti utili, certo — ma quello che quasi nessuno dice è che i microrganismi introdotti in questo modo non riescono a stabilirsi a lungo. Il risultato? Effetti positivi sì, ma di breve durata… e bisogna ricominciare ogni volta da capo.

Master Cho invece propone altro. Lui ha sviluppato una tecnica semplice per raccogliere e coltivare i microrganismi indigeni della propria zona e così in poco tempo risolvere il problema alla radice. Come lui stesso afferma:


IMO

Come detto in precedenza, l’acronimo IMO indica una coltura di microrganismi indigeni originari del luogo prodotta personalmente dall’agricoltore naturale. Questa tecnica è unica dell’agricoltura naturale coreana, è uno strumento che non ha eguali in nessun altro sistema di coltivazione.

L’IMO è uno dei preparati più importanti dell’agricoltura naturale coreana.

Perché raccogliere gli IMO?

  • Per accelerare il recupero del suolo, potenziando l’attività microbica e, di conseguenza, la sua fertilità.
  • Per rendere le piante più forti, grazie alla simbiosi con i microrganismi che le nutrono continuamente e le proteggono dalle malattie.

L’obiettivo?

Rendere le colture indipendenti dal nostro intervento: seguite, nutrite e difese 24 ore su 24, 7 giorni su 7 dai microrganismi. Esattamente come avviene in Natura.

Perché microrganismi indigeni?

In agricoltura naturale coreana non si fa uso di microrganismi catturati chissà dove, cresciuti in laboratorio e poi mescolati in formule artificiali.

I microrganismi indigeni – quelli che vivono da sempre nel nostro territorio – sono la soluzione ideale. Già abituati alle condizioni climatiche estreme della zona, sono i più adatti a sopravvivere nel nostro terreno.

Non si tratta di miscele create dall’uomo con appena l’1% di specie note. Noi raccogliamo un ecosistema completo: diversificato, stabile e perfettamente funzionante , esattamente come la Natura lo ha creato.

Il problema dell’assimilazione dei microrganismi

I microrganismi che introduciamo nel nostro terreno non solo devono essere in grado di sopravvivere alle condizioni climatiche esterne ma devono anche riuscire a superare la competizione con i microrganismi già esistenti nel terreno.

Negli ultimi anni anche i centri di ricerca hanno iniziato a prestare sempre più attenzione al ruolo dei microrganismi: il numero di studi sul microbioma del suolo è cresciuto sensibilmente. Il loro obiettivo è quello di identificare e caratterizzare le funzioni dei vari microrganismi utili, al fine di sviluppare inoculi microbici da poter commercializzare.

Il problema è che molti inoculi commerciali, pur mostrando ottimi risultati in laboratorio o in ambiente controllato, non riescono a mantenere la stessa efficacia in campo aperto. Ciò accade a causa della competizione con i microrganismi del suolo, che spesso impedisce ai nuovi arrivati di stabilirsi e proliferare.

Master Cho invece, come afferma nel corso avanzato del 2018 tenuto alle Hawaii, è stato il primo a introdurre il concetto di assimilazione dei microrganismi, affrontando con successo questa problematica grazie al processo di adattamento noto come IMO4 (di cui parlerò più approfonditamente nel seguito dell’articolo).

IMO vs inoculi microbici in commercio

Rispetto agli inoculi microbici in commercio, l’IMO è una coltura di microrganismi molto più efficace, perchè i microrganismi:

  • sono già in grado di sopravvivere alle condizioni climatiche estreme della nostra zona;
  • sono già integrati con la microflora nativa del nostro terreno;
  • sono molto più diversificati e, proprio per questo, più potenti.

È vero che molte persone utilizzano inoculi commerciali e ottengono buoni risultati. Tuttavia, questi effetti positivi derivano principalmente da una stimolazione temporanea dell’attività microbica del suolo. Cosa significa? Significa che, per la gioia delle aziende produttrici, saremo sempre dipendenti da questi prodotti, poiché i microrganismi introdotti non riescono a insediarsi stabilmente nel terreno.

Non esiste inoculo microbico commerciale — né compost tea, né JMS, né Teku cana o altri “accumulatori di microrganismi” — che possa reggere il confronto con l’IMO. L’IMO è l’unico metodo capace di garantire una colonizzazione reale e duratura del terreno da parte dei microrganismi indigeni.

Grazie alla tecnica dell’IMO sviluppata da Master Cho, chiunque può produrre autonomamente la miglior coltura di microrganismi per il proprio terreno, senza dipendere da aziende o prodotti esterni.

Uno dei principi fondamentali dell’Agricoltura Naturale Coreana, ideata da Master Han-Kyu Cho, è proprio questo: rendere gli agricoltori indipendenti da centri di ricerca e multinazionali, capaci di coltivare cibo sano e di qualità accessibile a tutti, valorizzando le risorse già presenti nel proprio ambiente.

Compost vs IMO

In merito all’utilizzo del compost e del tè di compost, di cui si parla sempre più spesso nel contesto dell’agricoltura rigenerativa, vale la pena citare le parole di Drake del canale PureKNF, esperto di Agricoltura Naturale Coreana e diretto studente di Master Cho:

<<L’IMO è un compost concentrato, perché racchiude al suo interno tutta la biologia di un compost, ma è dieci volte più potente.
Basta unire l’IMO ad altri preparati dell’Agricoltura Naturale Coreana per ottenere l’equivalente di un compost completo, ma molto più efficace.>>

Come realizzare l’IMO?

Dopo aver compreso l’importanza dei microrganismi e il motivo per cui l’IMO rappresenta la soluzione più efficace per la rigenerazione del nostro terreno, vediamo adesso come si prepara l’IMO.

L’IMO è un elemento chiave in agricoltura naturale coreana, si ottiene mediante un processo articolato in quattro fasi distinte:

  • IMO1: raccolta dei microrganismi indigeni
  • IMO2: conservazione della coltura
  • IMO3: amplificazione della coltura
  • IMO4: adattamento

Drake, del canale PureKNF, propone una metafora efficace per descrivere l’evoluzione degli IMO: gli IMO1 sono come bambini piccoli, gli IMO2 come alunni delle elementari, gli IMO3 come studenti del college che ancora non conoscono il mondo esterno, e infine gli IMO4 sono come adulti che hanno fatto esperienza dell’ambiente che li circonda.

Ho approfondito nel dettaglio il processo di realizzazione dell’IMO in questi due video che vi consiglio caldamente di guardare. Al di là della spiegazione scritta che troverete di seguito, nei video condivido anche ulteriori dettagli pratici e osservazioni maturate sul campo.

IMO1

Questa è la fase di raccolta dei microrganismi indigeni: la prima cosa da fare è individuare il luogo adatto.

Dove raccogliere i microrganismi indigeni?

Posizione ideale del sito di raccolta

Immaginiamo che il nostro terreno si trovi al livello 3 di questa montagna.
Se siamo interessati all’IMO, è perchè il nostro suolo presenta dei problemi: di conseguenza, verosimilmente, anche le aree circostanti si troveranno in condizioni simili. Per questo motivo, la raccolta dei microrganismi indigeni non può avvenire allo stesso livello del nostro terreno.

Ju-Young Cho nella sua lezione sugli IMO pone questa domanda:

La risposta è no in entrambi i casi.

Quindi, i microrganismi abituati a condizioni più estreme rispetto alla nostra zona (livello 1) vanno scartati, perché non riuscirebbero ad ambientarsi. Allo stesso modo, anche quelli provenienti da aree con condizioni più favorevoli (livello 4) non sono adatti, perché — come afferma Ju-Young Cho — «sono pigri e non lavoreranno duro per te».

Alla fine, la zona ideale per la raccolta è quella del livello 2, situata a circa 150–200 metri di altitudine superiore rispetto al nostro terreno.
È importante che sia il più vicina possibile, preferibilmente entro una distanza massima di 1,5 km in linea d’aria, per garantire che i microrganismi raccolti provengano da un ambiente con caratteristiche simili al nostro.

Orientazione del sito di raccolta

Ju-Young Cho insegna che, nella stagione delle piogge, è preferibile scegliere una montagna esposta a Nord, mentre nella stagione secca è meglio orientarsi verso una montagna esposta a Sud.
Questo perché in ciascun periodo dell’anno quelle direzioni offrono le condizioni ambientali più favorevoli per lo sviluppo microbico.

Tuttavia — come ricorda Ju-Young Cho — se hai solo una montagna a disposizione, non preoccuparti troppo dell’orientamento: l’elevazione è molto più importante.

In ogni caso, il luogo di raccolta deve essere incontaminato, lontano da campi coltivati o aree antropizzate, dove il suolo sotto la lettiera del bosco sia sciolto, morbido e ricco di vita.

Vicino alla compostiera? No!

Alcuni consigliano di raccogliere i microrganismi nel proprio terreno o vicino a una compostiera, ma questa non è la procedura corretta.
Se abbiamo bisogno dell’IMO è perché nel nostro terreno c’è un problema: mancano microrganismi o la loro comunità non è in equilibrio.
Con l’IMO cerchiamo di reintrodurre una microflora sana e resiliente, proveniente da un ambiente naturale e incontaminato, non da un suolo già compromesso.

Diversità microbica

Le popolazioni di microrganismi sono uniche per ogni luogo, influenzate dal drenaggio del suolo, dall’orientazione al sole e dall’elevazione. Inoltre, i microrganismi cambiano con le stagioni.

Nell’IMO l’obiettivo è ottenere la maggior diversità microbica possibile.

Per questo motivo, Han-Kyu Cho consiglia di raccogliere colture di microrganismi da aree diverse: così è possibile ottenere differenti tipologie microbiche. È anche utile raccogliere microrganismi in condizioni climatiche o stagioni differenti all’interno della stessa area, in modo da mescolare diverse tipologie e ottenere la massima diversità microbica possibile.

Microrganismi “buoni” o “cattivi”?

Nell’IMO non ci preoccupiamo di identificare quali microrganismi stiamo raccogliendo, né se siano “buoni” o “cattivi”. Come afferma Master Cho:

Ciò che conta è raccogliere la comunità microbica naturale presente nell’ambiente.

L’equilibrio naturale tra i microrganismi

I microrganismi presenti in Natura si possono dividere in tre gruppi: neutrali, benefici e dannosi.

  • I neutrali seguono il gruppo dominante tra benefici e dannosi.
  • Se prevalgono i benefici, anche i neutrali contribuiscono a una funzione positiva rigenerativa.
  • Se prevalgono i degenerativi, invece, i neutrali seguiranno processi negativi, generando uno squilibrio.

Secondo Master Cho, un equilibrio naturale sano prevede:

  • 50% microrganismi neutrali
  • 30% microrganismi benefici
  • 20% microrganismi dannosi

In Natura, una sana competizione è positiva: permette ai microrganismi di rafforzarsi, mantenendo così l’armonia naturale. I problemi sorgono quando l’uomo, con pratiche agricole intensive o chimiche, distorce questo equilibrio, facendo diventare i patogeni dominanti. Invece di avere un terreno con circa 80% di microrganismi benefici (50% neutrali che seguono il 30% benefici), ci si può ritrovare con 80% di patogeni (50% neutrali che seguono il 30% patogeni).

Implicazioni per la raccolta degli IMO

Durante la raccolta degli IMO, l’obiettivo è prendere la maggiore diversità microbica possibile, rispettando però le proporzioni naturali.
In particolare, siamo interessati ad un IMO a predominanza di microrganismi aerobici, benefici. Invece, gli anaerobici, che generalmente sono dannosi, devono rappresentare solo un 10–20% del totale: se superano questa soglia, si rischia di creare uno squilibrio e l’IMO risultante non sarà così efficace.

Quando raccogliere gli IMO?

Gli IMO possono essere raccolti in qualsiasi periodo dell’anno. Anzi sarebbe preferibile unire colture realizzate in stagioni diverse oltre che in aree diverse, per massimizzare la diversità microbica.

I principali fattori che influenzano la buona riuscita della raccolta sono umidità e temperatura:

  • Stagioni piovose: l’eccessiva umidità può favorire la proliferazione dei microrganismi anaerobici. Evitare quindi zone troppo umide; se non si trova un’area sufficientemente asciutta, è possibile raccogliere la lettiera di foglie e completare la raccolta in un luogo protetto.
  • Inverno: le basse temperature possono far congelare il riso. Per prevenire il congelamento, portare la lettiera di foglie e humus in un’area riparata. Per mantenere una temperatura adeguata, si possono posizionare bottiglie di acqua calda attorno alla scatola ma non troppo vicine ad essa. In questo caso, la raccolta richiederà più di 10 giorni.
  • Estate o periodi siccitosi: la lettiera potrebbe essere troppo secca. Per favorire la raccolta, si può innaffiare leggermente l’area con una soluzione di:
    • OHN 1/1000
    • FPJ di artemisia 1/500
    • Aceto di riso 1/500

Raccogliere l’IMO ogni anno

Come insegna Drake del canale PureKNF, è consigliabile eseguire due raccolte di microrganismi all’anno, ogni anno.

I microrganismi passano una generazione ogni 30 minuti, il che significa che una settimana per loro equivale a 10.000 anni umani. In altre parole, i microrganismi raccolti un anno fa o più sono ormai molto diversi da quelli attuali.

Questo non significa che le vecchie raccolte siano inutili: anzi, vanno mischiate con quelle più recenti, unendo la saggezza di diverse “epoche microbiche”. Inoltre, questa pratica permette di conservare e salvaguardare il patrimonio microbico del terreno.

Individuato il luogo adatto, vediamo ora come si effettua la raccolta:

Materiali necessari:

  • scatola di legno naturale non trattato o cestino intrecciato in materiali non trattati;
  • riso bianco ( NON integrale );
  • tovagliolo di carta bianco o un pezzo di stoffa;
  • elastici;
  • rete metallica o altro come protezione dagli animali;
  • telo di plastica o altro come protezione dalla pioggia.

Procedimento

La scatola

Innanzitutto abbiamo bisogno di una scatola di legno non trattato con sostanze chimiche, Master Cho consiglia di cedro o bambù.

Sono da escludere contenitori di plastica o metallo. La scatola deve essere di materiali naturali, anche le assi dei pallet non vanno bene in quanto trattate.

Per quel che riguarda le dimensioni, può essere rettangolare o quadrata, per es di lato 30 x 30 cm e altezza 10 cm.

In ogni caso quello che è veramente IMPORTANTE è che la base sia costituita da due assi leggermente separate. Al centro e ai lati della base ci devono essere delle fessure così da permettere la circolazione dell’aria e ai microrganismi di penetrare all’interno di essa.

Se avete a disposizione un cestino intrecciato con materiali naturali va benissimo lo stesso anzi il cestino ha anche più spazi da cui i microrganismi possono entrare all’interno.

Il riso

L’obiettivo di questa prima fase è catturare i microrganismi. Per attirarli all’interno della scatola, dobbiamo offrire loro una fonte di cibo: il riso bianco.
Le patate, ad esempio, non sono una buona alternativa perché risultano troppo collose e impedirebbero una corretta circolazione dell’aria, fondamentale per la raccolta dei microrganismi aerobici.

Per garantire una buona aerazione è importante che i chicchi di riso rimangano ben separati e non appiccicosi. Durante la cottura, quindi, è consigliabile utilizzare meno acqua rispetto alla quantità normalmente impiegata.

Quindi:

È importante lasciar raffreddare il riso prima di versarlo nella scatola di raccolta: se fosse ancora caldo, il vapore prodotto genererebbe umidità all’interno del contenitore. Inoltre, come spiega Ju-Young Cho, l’ambiente attorno alla lettiera di foglie — dove verrà seppellita la scatola riempita di riso — deve mantenere un tasso di umidità del 65-70%. A quel livello i microrganismi risultano più attivi nel processo di moltiplicazione, perciò il riso deve restare asciutto per bilanciare l’umidità esterna.

Come preparare la scatola

Disporre il riso all’interno della scatola senza comprimerlo: deve rimanere ben sciolto, in modo da favorire una buona circolazione dell’aria e permettere così la raccolta dei microrganismi aerobici. Se il riso fosse pressato, si svilupperebbero prevalentemente microrganismi anaerobici.

IMPORTANTE: maneggiare il riso sempre con utensili e mani pulite così da evitare qualsiasi contaminazione da parte di altri microrganismi.

Riempire la scatola per due terzi così da avere una buona circolazione dell’aria.

Infine, coprirla con un tovagliolo di carta bianco – senza disegni – oppure con un pezzo di stoffa fissato con un elastico o uno spago. È importante che sia ben teso e stabile, così da non afflosciarsi verso il centro della scatola e compromettere lo spazio necessario all’aria all’interno. Per maggiore sicurezza, prima di coprirla si possono inserire alcuni bastoncini distanziati come sostegno per il telo di stoffa.

Personalmente, prima di coprire il cestino con la stoffa, pongo un coperchio di rete metallica: serve sia come protezione dagli animali ( in particolare i topi ), sia come supporto per evitare che la stoffa si pieghi verso l’interno del contenitore.

Dove posizionare la scatola?

La nostra scatola ora è pronta per essere posizionata nel luogo di raccolta dei microrganismi indigeni.

Come accennato in precedenza, è preferibile scegliere una zona situata a circa 150–200 metri sopra il livello del proprio terreno, in un luogo incontaminato dall’azione dell’uomo e vicino alla rizosfera di piante le cui radici contengono zuccheri.

Secondo Master Cho e altri agricoltori naturali coreani, le piante appartenenti alla famiglia delle Bambusoideae (bambù) rappresentano la scelta ideale, poiché le loro radici sono particolarmente ricche di zuccheri, che attraggono i microrganismi.

In alternativa al bambù, si possono scegliere aree vicine ad alberi di latifoglie o luoghi dove si trovano foglie cadute in avanzato stato di decomposizione

Quindi ricapitolando dove posizionare la scatola?

  • Vicino alle radici del bambù o di latifoglie
  • Immersa nella lettiera di foglie
  • Sopra ceppi di riso

Come dice Drake del canale PureKNF, usa l’intuito e cerca il posto più in salute intorno a te.

Come posizionare la scatola?

Individuata l’area dove posizionare la nostra scatola con il riso coperta da un tovagliolo o da un pezzo di stoffa vediamo come posizionarla.

Scavare una buca nel terreno per interrare la scatola all’interno della lettiera di foglie e del materiale organico in decomposizione circostante. Durante questa operazione, prestare attenzione a non danneggiare le radici delle piante vicine.

La sommità della scatola deve rimanere appena al di sopra della superficie del terreno..

Dopo averla posizionata, coprirla con la lettiera di foglie, avendo cura di mescolare quelle più umide con altre più secche: in questo modo si evita la formazione di condizioni anaerobiche.

Alcuni, come ulteriore protezione dagli animali, collocano sopra la scatola una gabbia metallica o un contenitore forato, in plastica o in altro materiale.

È inoltre consigliabile proteggere l’area dalla pioggia con un telo di plastica, preferibilmente sollevato dal terreno per consentire la circolazione dell’aria.

Tempo di raccolta

Il tempo necessario per la cattura dei microrganismi varia a seconda del clima:

  • In primavera ed autunno bisognerà attendere dai 7 ai 10 giorni
  • In estate, 4/5 giorni
  • In inverno, più di 10 giorni

Dopodichè la scatola potrà essere rimossa per passare alla fase successiva.


IMPORTANTE
È bene non aprire la scatola per controllare la raccolta.

Piuttosto, si può porre una mano sotto la scatola: quando si percepisce del calore, significa che i microrganismi sono attivi ed è arrivato il momento di prelevarla.

In alternativa — poiché il processo evolve rapidamente — è possibile effettuare due raccolte contemporaneamente: una scatola fungerà da controllo, mentre l’altra verrà lasciata indisturbata. Quando, nella scatola di controllo, si osserva la comparsa di una nuvola di filamenti bianchi, è il momento di prelevare entrambe e procedere subito alla fase successiva (IMO2).

È fondamentale ricordare che stiamo lavorando con organismi viventi: l’obiettivo è preservarne il più possibile la diversità microbica.


Caratteristiche di una buona raccolta

Se la raccolta è riuscita, aprendo la scatola dovresti vedere una nuvola di filamenti bianchi che avvolge il riso: sono i microrganismi aerobici, quelli che più ci interessano.

Sul fondo del riso, dove l’umidità è maggiore, possono comparire piccole macchie colorate — rosse, blu o arancioni — dovute alla presenza di microrganismi anaerobici. In una raccolta ben bilanciata, questi dovrebbero rappresentare solo il 10–20% del totale.

L’obiettivo, infatti, è ottenere una predominanza di microrganismi aerobici.

Quando scartare la raccolta

  • Se il riso è coperto da uno strato verde, oppure emana un odore di marcio o putrido. Significa che la fermentazione è stata dominata da microrganismi indesiderati. In questo caso, la raccolta va scartata e ripetuta.
  • Se la nuvola bianca inizia a virare verso il grigio chiaro, significa che i microrganismi stanno superando il picco di crescita: la raccolta è ancora parzialmente utilizzabile.
  • Se invece i filamenti sono grigio scuro o neri, i microrganismi sono morti: la raccolta è ormai fuori tempo, meglio ripeterla.
  • Se vi è una presenza abbondante di macchie rosse o blu significa che prevalgono microrganismi anaerobici. In questo caso, è consigliabile ripetere la raccolta, cercando di migliorare le condizioni per favorire gli aerobici.

Una volta recuperata la scatola con il riso e verificata la riuscita della raccolta bisogna passare nel minor tempo possibile ( entro 15 minuti ) al passaggio successivo per stabilizzare e conservare la coltura di microrganismi.

Umidità e temperatura

L’umidità e la temperatura sono due variabili fondamentali per la buona riuscita della raccolta.

La temperatura esterna influisce principalmente sui tempi di sviluppo dei microrganismi: più fa caldo, più il processo sarà rapido; al contrario, con temperature basse sarà necessario un tempo di attesa maggiore.

L’umidità, invece, incide direttamente sulla qualità della raccolta.
Un terreno o un ambiente troppo umido tende a favorire lo sviluppo di microrganismi anaerobici, alterando l’equilibrio che vogliamo ottenere.

Per questo motivo, nei periodi piovosi o durante l’inverno, è consigliabile eseguire la raccolta in un luogo riparato o al coperto, così da mantenere meglio sotto controllo questi due parametri e ottenere un’IMO1 di buona qualità.

Come raccogliere gli IMO al coperto

Nel corso avanzato del 2018 tenuto alle Hawaii, Master Cho fu accompagnato da Mr. Lee, un missionario originario delle Filippine che lo seguiva da oltre dieci anni. Durante le lezioni, Mr. Lee intervenne più volte per dare il cambio a Master Cho e permettergli di riposare.
In una di queste occasioni, spiegò nel dettaglio come raccogliere gli IMO a casa, in un luogo riparato.

Il procedimento è semplice: invece di interrare la scatola ai piedi degli alberi, come si fa normalmente, ci si reca nel luogo prescelto per la raccolta e si preleva uno strato di lettiera di foglie in decomposizione. Il materiale raccolto viene poi portato a casa e disposto in un’area protetta, ma sempre a contatto diretto con il terreno nudo.

Se la lettiera è troppo asciutta, è necessario inumidirla con una soluzione composta da acqua e OHN (1/1000), FPJ di artemisia (1/500) e aceto di riso (1/500). Questa miscela serve a riattivare i microrganismi presenti.

La lettiera deve raggiungere un livello di umidità del 50–60%, che può essere misurato con un igrometro — uno strumento che, come vedremo, sarà utile anche nelle fasi successive della preparazione di IMO3 e IMO4.

A questo punto, si può collocare la scatola con il riso cotto, assicurandosi che al di sotto vi siano almeno 10 cm di lettiera e che sopra sia coperta da uno strato di 10–20 cm.

Nel video seguente, è possibile vedere Mr. Lee mostrare dal vivo tutte le fasi di questo procedimento.

Questo metodo di raccolta al coperto risulta particolarmente utile nei periodi piovosi e durante l’inverno. Nei mesi freddi, per evitare che il riso congeli, è sufficiente posizionare alcune bottiglie d’acqua calda nella lettiera di foglie, facendo attenzione a non collocarle troppo vicino alla scatola di raccolta.

In questo modo è possibile raccogliere gli IMO anche in condizioni climatiche avverse e, al tempo stesso, tenere il processo al riparo dagli animali selvatici.

IMO2


Aperta la scatola di raccolta entro 15 minuti bisogna passare alla stabilizzazione della coltura, così da preservare tutti i microrganismi raccolti.

Materiali necessari:

  • IMO1
  • zucchero di canna integrale
  • una ciotola grande per mescolare il tutto
  • un contenitore di vetro o terracotta
  • un tovagliolo di carta bianco o un pezzo di stoffa
  • elastico

NOTA IMPORTANTE:

Lo zucchero di canna non può essere sostituito con zucchero bianco, melassa o miele, né in questo né in altri preparati dell’Agricoltura Naturale Coreana. È inoltre preferibile evitare lo zucchero di canna ottenuto dallo zucchero bianco con l’aggiunta di melassa: meglio scegliere uno zucchero integrale. Il più indicato è il mascobado.


Procedimento:

Conservazione

L’IMO2 va conservato a una temperatura compresa tra 1 e 15 °C.

Se durante la conservazione si formano delle bolle, non è un buon segno: significa che i microrganismi sono ancora attivi. In questo caso, aggiungere altro zucchero e trasferire il preparato in un luogo più fresco.

Nel frigorifero può essere conservato per oltre un anno.


LIMO2 non è destinato all’applicazione in pieno campo. In Agricoltura Naturale Coreana, solo l’IMO4 viene impiegato direttamente sul terreno.


Mix di raccolte diverse di IMO1

Mr. Lee, durante il corso avanzato del 2018 alle Hawaii, insegna che, se si effettuano raccolte di microrganismi indigeni in luoghi diversi nello stesso periodo, l’IMO2 rappresenta il momento più indicato per unirli. In questa fase, infatti, i microrganismi iniziano ad adattarsi reciprocamente, riducendo la competitività tra loro nelle fasi successive.

Pulizia della scatola

Rimuovere tutto il materiale dalla scatola, lavarla accuratamente e lasciarla asciugare bene al sole, in modo da preservarla e prolungarne la durata.
Nel caso di un cestino intrecciato, è possibile immergerlo in una soluzione di acqua e aceto bianco (1 parte di aceto per 10 parti di acqua) oppure in acqua salata; successivamente, risciacquare con acqua pulita.
Se si utilizza un pezzo di stoffa per coprire la scatola, per poterlo riutilizzare è consigliabile metterlo in ammollo in acqua e aceto.

La funzione dello zucchero di canna

L’obiettivo di questa fase è stabilizzare la coltura e indurre i microrganismi in uno stato di dormienza. Ciò è reso possibile grazie alle proprietà osmotiche dello zucchero di canna, che, legandosi alle molecole d’acqua, la sottrae ai microrganismi, rendendoli inattivi senza danneggiarli.
È importante, tuttavia, che la quantità di zucchero sia sufficiente a legare tutta l’acqua presente. Se l’IMO2 risulta troppo umido, Chris Trump consiglia di aggiungere ancora un po’ di zucchero, ma senza eccedere.

Questo processo è efficace solo con lo zucchero di canna integrale.
Chi sostiene che possa essere sostituito con melassa fornisce un’informazione errata: la melassa, essendo liquida, non è in grado di immobilizzare correttamente i microrganismi, che resterebbero attivi.
Usare la melassa, quindi, significa compromettere l’IMO2.

IMO3


La spiegazione che segue non sostituisce la visione del video dedicato all’IMO3. Nel video troverete ulteriori foto e video sulla preparazione, oltre a considerazioni pratiche più dettagliate.


L’obiettivo in questa fase è far moltiplicare i microrganismi per amplificare l’IMO2 ed ottenere così una coltura di microrganismi indigeni con una concentrazione maggiore. Questo significa che dobbiamo riattivare i microrganismi e poi fornirgli del cibo.

I microrganismi nell’IMO2 li abbiamo posti in uno stato di dormienza grazie allo zucchero di canna che si è legato a tutta l’acqua rendendoli così inattivi. Quindi per riattivarli dobbiamo semplicemente rendere di nuovo l’acqua disponibile per i microrganismi. Dopodiché dobbiamo fornirgli del cibo.

Nel nostro IMO2 abbiamo raccolto una varietà di microrganismi diversi, adesso con l’IMO3 non vogliamo perderci pezzi per strada, vogliamo preservarli tutti, per cui dobbiamo scegliere una fonte di nutrimento adatta a tutti. Master Cho ha visto che la sostanza migliore a questo scopo è la crusca di riso. Se non riusciamo a reperire la crusca di riso allora la migliore alternativa è la crusca di grano.

IMPORTANTE: anche se il processo può ricordare quello di un compost, l’IMO3 NON è un compost!

Materiali necessari:

  • crusca di riso o di grano
  • acqua non clorata
  • IMO2 ( 1/500 o 1/1000, cioè 2g o 1g per litro d’acqua)
  • OHN ( 1/1000, 1ml per litro d’acqua )
  • FPJ di artemisia o di cime giovani di piante dalla crescita rapida e vigorosa ( 1/500, 2 ml per litro d’acqua)
  • Aceto di riso ( 1/500, 2ml per lirto d’acqua )
  • Mineral A ( 1/1000 )
  • (opzionale) Makgeolli

NOTA sui preparati: Alcuni sostengono che l’IMO3 possa essere preparato anche senza aceto di riso, OHN o FPJ. Definire questi preparati “facoltativi” implica che il risultato sia lo stesso con o senza di essi, cosa completamente falsa. L’uso di questi ingredienti, infatti, garantisce un IMO3 di qualità superiore. Questa convinzione si è diffusa perché alcuni, interessati soltanto all’IMO e non vedendo l’utilità di preparare OHN o FPJ, hanno scelto di ometterli. Tuttavia, anche se l’obiettivo principale è ottenere l’IMO, vale sempre la pena preparare OHN e FPJ (per l’aceto di riso non ci sono problemi, poiché se ne trova di buona qualità in commercio), in quanto contribuiscono a ottenere il miglior risultato possibile non solo nell’IMO3, ma anche nell’IMO4 e nella successiva applicazione in pieno campo. Se invece ci si accontenta di un risultato discreto, è possibile procedere senza questi preparati, ma con evidenti compromessi nella qualità finale.

NOTA sul Mineral A: la ricetta originale di Master Cho prevede, tra i nutrienti liquidi, il “Mineral A”. Si tratta di un formulato minerale che Master Cho faceva produrre da un’azienda giapponese per poi rivenderlo in Corea del Sud. Esiste una possibile alternativa, di cui parleremo più avanti; per il momento, questo ingrediente può essere semplicemente omesso.

NOTA sul Makgeolli: la ricetta originale di Master Cho prevede l’uso del Makgeolli, il vino di riso coreano. Questo ingrediente è necessario solo se si prepara l’IMO3 in inverno. A temperature piuttosto basse, infatti, la fermentazione all’interno dell’IMO3 potrebbe non avviarsi correttamente. In questi casi, si utilizza una piccola quantità di Makgeolli puro per “riscaldare” la pila e favorire l’inizio del processo fermentativo. Il Makgeolli è reperibile nei negozi asiatici, anche online.

NOTA sull’ACIDO UMICO: alcuni tra i preparati destinati all’IMO3 riportano anche l’acido umico, con l’obiettivo di stimolare una maggiore proliferazione dei funghi. In realtà, l’acido umico non fa parte della versione originale e il suo uso per alterare l’equilibrio tra i microrganismi raccolti non è corretto. Uno dei punti di forza dell’IMO consiste proprio nel prelevare un ecosistema microbico completo e perfettamente funzionante, così come lo ha creato la Natura. In ogni fase del processo, l’obiettivo è preservare il più possibile questo equilibrio. Utilizzare l’acido umico nell’IMO3 per stimolare i funghi significa quindi interferire con l’equilibrio naturale. Se si desidera ottenere un IMO con predominanza fungina, la strategia corretta deve partire già dall’IMO1, nella scelta dei siti di raccolta. Intervenire con l’acido umico durante l’IMO3 o l’IMO4 è completamente sbagliato.

Attrezzi necessari:

  • una pala
  • secchi per l’acqua
  • IGROMETRO
  • Almeno 1 TERMOMETRO
  • Un tubo di plastica da 100 mm da forare in più punti ( lunghezza variabile in base alle dimensioni della pila )
  • Paglia/foglie secche/sacchi di iuta per coprire

NOTA sull’IGROMETRO: l’igrometro è uno strumento che permette di misurare il tasso di umidità del terreno. Nel nostro caso, ci servirà per determinare l’umidità della pila di crusca, a cui aggiungeremo gradualmente acqua in cui è disciolto l’IMO2. È vero che sia Master Cho sia altri istruttori insegnano che l’umidità può essere valutata anche “a mano”, ma precisano subito che l’uso di un igrometro permette di essere più precisi. Poiché l’umidità è un fattore critico e l’igrometro è uno strumento semplice e facilmente reperibile online a basso costo, consiglio fin da subito di procurarsene uno. A mio avviso, si tratta di uno strumento indispensabile, che sarà utile non solo per l’IMO3 e l’IMO4, ma anche per l’applicazione in pieno campo.

NOTA sui TERMOMETRI: l’IMO3 non può essere preparato senza termometri. Che si tratti del classico termometro da compost o di un termometro digitale da cucina, l’importante è dotarsi di almeno un termometro per monitorare correttamente la temperatura.

Condizioni ambientali:

L’IMO3 si può fare in qualsiasi stagione in un luogo con delle caratteristiche ben precise:

  • sul terreno spoglio ( NO cemento o altra pavimentazione )
  • al riparo dalla pioggia
  • con una buona circolazione dell’aria
  • all’ombra per la maggior parte del giorno (70% di ombra, 30 % di sole)


Procedimento:


Attenzione: la crusca di riso o di grano va usata pura. Alcuni insegnano di aggiungere cippato per favorire una maggiore proliferazione dei funghi, ma, come spiegato nella nota sull’acido umico, questa pratica è sbagliata. Se si desidera un IMO con predominanza fungina, basta selezionare correttamente il sito di raccolta. Intervenire adesso nell’IMO3 con acido umico, cippato o altri materiali compromette l’equilibrio naturale ed è da evitare.


La quantità di crusca necessaria dipende dalla quantità di IMO3 che si intende produrre, ma esiste comunque una dose minima di partenza. Diversi istruttori consigliano di partire con almeno 25 kg di crusca, mentre, per esperienza personale, suggerisco di iniziare con 40 kg.

Vediamo adesso in dettaglio come si fa l’IMO3:

Gestione della temperatura

I microrganismi, avendo a disposizione cibo e acqua, iniziano a moltiplicarsi dando luogo a una reazione fermentativa. Se abbiamo fatto tutto correttamente — cioè raggiunto un tasso di umidità del 65/70% — si avvierà una fermentazione guidata dai microrganismi aerobici, un processo che genera calore in modo rapido e porta all’aumento della temperatura. Se lasciassimo la pila a sé stessa, la temperatura salirebbe facilmente oltre i 50 °C.

Oltre i 50–55 °C, però, si verifica una forte perdita di diversità microbica: i microrganismi benefici non riescono a sopravvivere o diventano inattivi, mentre prendono il sopravvento quelli termofili, cioè capaci di vivere a temperature elevate. Questi iniziano a scomporre le proteine, con conseguente perdita di nutrienti volatili nell’aria. Il risultato sarebbe un IMO3 a prevalenza batterica con scarso effetto fertilizzante esattamente ciò che vogliamo evitare.

Ogni volta che vediamo la temperatura avvicinarsi ai 50 °C dobbiamo intervenire, rivoltando e arieggiando il cumulo per raffreddarlo. Questa operazione abbassa la temperatura di circa 5–10 °C, mantenendola nel range ideale tra 40 °C e 50 °C. È in queste condizioni che proliferano i microrganismi a bassa temperatura, quelli che instaurano relazioni simbiotiche con le piante e le rendono autonome.

Attenzione: se la temperatura resta sotto i 40 °C è un pessimo segno. Significa che all’inizio è stata aggiunta troppa acqua, creando condizioni anaerobiche (assenza di ossigeno) e favorendo la crescita di microrganismi indesiderati. Questi producono calore molto lentamente e alterano il processo fermentativo.

Un ulteriore segnale d’allarme è quando, tra una rivoltata e l’altra, la temperatura fatica a salire: se riesce comunque a superare i 40 °C, significa che c’è ancora una certa attività aerobica. Tuttavia, per ottenere un IMO3 di buona qualità, la fermentazione deve rimanere a netta predominanza aerobica. In questo caso il materiale può essere parzialmente recuperato, ma non rappresenta un IMO3 ideale. È preferibile, quindi, non procedere con la preparazione dell’IMO4, perché si rischierebbe di moltiplicare microrganismi indesiderati. Si può tentare un recupero correggendo l’umidità e rivoltando la miscela, ma se non riprende un’attività aerobica evidente, è meglio scartarla e ricominciare da capo.

È importante ricordare che il calore è un indicatore diretto dell’attività microbica, poiché riflette l’attività metabolica dei microrganismi: più sono attivi e ben ossigenati, più energia (e quindi calore) producono.

Quando l’IMO3 comincia a scaldarsi, significa che i microrganismi stanno metabolizzando efficacemente la materia organica. Se invece rimane tiepido o freddo, è probabile che ci sia un problema: eccesso di umidità, insufficiente ossigenazione o un IMO2 non sufficientemente vivo.
Bisogna anche considerare che la temperatura esterna può rallentare il processo, ma anche in inverno un IMO3 sano dovrebbe scalda­re bene. Se ciò non accade, di solito il problema è un’umidità eccessiva, più che la temperatura esterna. In altre parole, anche nei mesi freddi vale quanto spiegato in precedenza: se la temperatura sale molto lentamente, è un pessimo segnale.

Fin qui abbiamo capito perché è così importante controllare la temperatura e cosa succede quando si sbaglia. Ma come si fa, concretamente, a tenerla sotto controllo? È qui che entrano in gioco i termometri e un po’ di pazienza: ora vi spiego come monitorare il cumulo passo dopo passo.

In pratica:

Abbiamo appena finito di mescolare la crusca con l’acqua e formato una pila di circa 40 cm. Quanto tempo impiegherà per raggiungere i 40 °C la prima volta? Nessuno può saperlo con certezza: in media ci vogliono tra le 12 e le 24 ore. Una volta che il cumulo ha raggiunto i 40 °C, bisogna iniziare a controllare la temperatura molto spesso, anche ogni 10 minuti.

Attenzione: la temperatura all’interno dell’IMO3 non è uniforme. Non basta misurarla in un solo punto: è fondamentale sondare la pila in più aree. Per questo vi consiglio di munirvi di più di un termometro.

Si prendono quindi i termometri e si sonda la pila in diversi punti, per poi posizionarli nelle zone con la temperatura più alta. Al controllo successivo, si sposta un termometro che stava nella parte più fredda e si sonda di nuovo tutto intorno. L’obiettivo è individuare sempre i punti più caldi e lasciare lì i termometri. Ci si aspetterebbe che l’area più calda sia il centro, ma per esperienza personale ho visto che non è così. Dal secondo o terzo controllo i punti di maggiore temperatura tendono a stabilizzarsi, ma è comunque buona pratica verificare di tanto in tanto anche altre zone.

Appena un termometro segna 46–48 °C, è il momento di rivoltare il tutto per raffreddare l’IMO3. Non aspettate che tutti i termometri segnino la stessa temperatura: la distribuzione del calore non è mai omogenea.

Quante volte al giorno bisognerà rivoltare l’IMO3? Anche questo non si può sapere a priori: dipende dal clima, dal periodo e da come reagisce il vostro cumulo. In alcuni casi bastano due rivoltate al giorno, in altri — come è successo a me — può essere necessario farlo ogni 40–50 minuti, o persino ogni 20–30 minuti, come mi ha raccontato una signora alle Hawaii.

Quindi sì: per fare bene l’IMO3 bisogna restare presenti, monitorare costantemente, spostare i termometri e rivoltare il materiale anche ogni ora o meno. Non possiamo pensare di lasciarlo a sé stesso: significherebbe ritrovarsi con un IMO3 privo di utilità. Chi sostiene il contrario, probabilmente non ha avuto modo di sperimentarlo davvero.

So che è un processo impegnativo, ma chiediamoci: in cosa è diverso dal preparare un compost o un bokashi, dal caricare carriole di letame o dall’arieggiare il terreno con una forca vanga o una grelinette? Tutte queste sono attività faticose, ma con una grande differenza. Compost, letame e lavorazioni meccaniche non risolvono il problema alla radice: continueremo sempre ad averne bisogno. Con l’IMO, invece, è diverso. Una volta arrivati fino all’IMO4 e applicato correttamente, possiamo recuperare la fertilità naturale del suolo e ridurre — fino ad eliminare — la necessità di compost, letame o lavorazioni.

Sembra troppo bello per essere vero? Lo capisco, ma è così che funziona la Natura. Di questo però parlerò più in dettaglio un’altra volta. Ora mi preme farvi comprendere che sì, l’IMO3 è impegnativo, ma non più di tante pratiche a cui siamo abituati. Come dice mia madre: “questo è il prezzo della libertà.”

Non spaventatevi, comunque: solo i primi giorni sono davvero intensi. Dopo 3–4 giorni il processo rallenta progressivamente, e le rivoltate diventano sempre meno frequenti. Se poi, per motivi di lavoro, non riuscite a seguire il processo costantemente, organizzatevi con amici o colleghi: preparare l’IMO3 insieme è un ottimo modo per dividere l’impegno.

Come aiutarsi nella gestione della temperatura dell’IMO3/4

Durante il corso avanzato del 2018, in risposta ad una domanda, Master Cho spiegò che ci si può aiutare nella gestione della temperatura dell’IMO3 e IMO4 ponendo al di sotto della pila un tubo di plastica da 100mm leggermente inclinato di 5/10°, segato in più punti e collegato ad un altro tubo che funge da comignolo. In questo modo il ricircolo naturale dell’aria aiuta a mantenere la temperatura sotto controllo.

Io ho poi adattato il suo suggerimento per migliorare la gestione notturna.

Gestione notturna

C’è una fase nella gestione dell’IMO3 che raramente viene messa in adeguata evidenza: la notte. Durante le ore notturne, infatti, i microrganismi non dormono, ma continuano instancabili le loro attività.

Per Master Cho, la gestione notturna non rappresenta un problema: dalle immagini mostrate nei suoi corsi si vede chiaramente come in Corea le distese di IMO vengano seguite da più persone contemporaneamente. Quando si lavora in gruppo, ci si può organizzare a turni; il problema nasce quando si è soli, dopo una giornata trascorsa a rigirare il cumulo ogni 40–50 minuti o anche meno. In quelle condizioni, è impensabile continuare a svegliarsi di notte per rivoltare il cumulo.

Spesso mi si obietta che l’agricoltura naturale coreana sia un metodo pensato per hobbisti. In realtà, nasce per le aziende agricole, e in diversi passaggi le aziende risultano addirittura avvantaggiate. Questo ne è un esempio: una realtà con più persone può gestire l’IMO molto meglio rispetto a un hobbista che lavora da solo.

Se si è in più persone a gestire l’IMO, il lavoro prosegue di notte esattamente come durante il giorno. Ma se si è da soli, è necessario trovare una soluzione diversa.
Quello che vi illustrerò di seguito è un mio riadattamento personale, che ho avuto modo di discutere con alcuni istruttori e che mi ha permesso di risolvere efficacemente questo problema.

Infatti, se ho un IMO3 molto attivo che rigiro ogni una o due ore, cosa accadrebbe se lo lasciassi senza controllo per tutta la notte? La mattina successiva lo troverei ben oltre i 55 °C, con la conseguente perdita di tutto il lavoro fatto. È esattamente ciò che è accaduto con il mio primo IMO3.

Questa è una delle rare situazioni in cui, per forza di cose, siamo costretti a un riadattamento.

Partiamo dall’altezza della pila: cosa cambia tra una pila alta 40 cm e una di 30 cm? Il cumulo più alto si riscalda più velocemente. Di conseguenza, abbassando o alzando l’altezza della pila possiamo modulare la velocità del processo fermentativo.

Di notte vogliamo rallentare il processo, quindi è necessario mantenere la pila più bassa. Ma quanto bassa?
Per esperienza, ho osservato che, quando l’IMO3 è particolarmente attivo, una pila di 30 cm non è sufficiente a contenere la fermentazione.

Stendendo la pila a 15–20 cm aumentiamo la superficie e, di conseguenza, lo scambio di calore con l’esterno, rallentando in modo efficace il processo.
Tuttavia, c’è ancora un problema: abbassare la pila a 15–20 cm è sufficiente per superare la notte quando l’IMO3 è meno attivo, ma se è molto attivo questo accorgimento non basta. Il rischio che il centro del cumulo superi i 50 °C rimane concreto. È proprio in questa fase che entra in gioco il tubo forato consigliato da Master Cho.
Quando l’IMO3 è particolarmente attivo, è opportuno ridurre la pila a 15–20 cm e inserire un tubo forato al centro, lungo tutta la sua estensione, per favorire l’aerazione e disperdere più facilmente il calore in eccesso.

Ricapitolando, quando si è da soli nella gestione dell’IMO3 e il processo fermentativo procede molto velocemente, ci si regola in questo modo: si rigira il cumulo il più tardi possibile verso sera e, per superare la notte, si rallenta il processo intervenendo sull’altezza della pila e sull’inserimento del tubo forato. Il grado di rallentamento deve essere proporzionale all’attività del nostro IMO3:

  • IMO3 molto attivo (da rigirare ogni tre ore o meno): abbassare la pila a 15 cm e inserire un tubo forato al centro;
  • Quando il processo inizia a rallentare: mantenere la pila a 20 cm con il tubo forato al centro;
  • Nella fase successiva: tenere la pila a 15–20 cm senza tubo forato;
  • Infine, quando il processo sta per concludersi, mantenere la pila a 30 cm senza tubo.

Importante: al mattino, il prima possibile, controllare la pila. Se presente, rimuovere il tubo forato, rivoltare il cumulo per arieggiarlo e riportarlo a un’altezza di 40 cm (non meno) per riaccelerare il processo fermentativo.

Durante il giorno, non lasciatevi tentare dall’idea di mantenere la pila troppo bassa: il processo fermentativo deve procedere correttamente, quindi la pila va tenuta sempre tra i 30 e i 40 cm.

In questo modo, la gestione notturna dell’IMO3 non rappresenta più un problema. Passiamo adesso a un altro fattore molto importante da tenere sotto controllo: l’odore.

L’odore dell’IMO3

Durante la fermentazione i microrganismi emettono un odore dolce gradevole, come quello in una foresta.

Se, invece, si percepisce un odore di ammoniaca, è un cattivo segnale: indica che non si è riusciti a controllare adeguatamente la temperatura.

Quando l’IMO3 supera i 50 °C, e in particolare oltre i 55 °C, i microrganismi benefici muoiono, lasciando spazio a microrganismi termofili che producono ammoniaca. Anche intervenendo per raffreddare la pila, il danno è ormai fatto. L’ammoniaca è un gas irritante, quindi al primo segnale di odore ammoniacale è meglio interrompere subito il processo: l’IMO3 non è più recuperabile. Continuare peggiorerebbe solo la situazione. In questo caso l’IMO3 può essere messo nella compostiera o sparpagliato in un’area incolta del terreno.

Se invece si sente un odore di marcio vuol dire che gli anaerobici hanno preso il sopravvento perchè si è messa troppa acqua all’inizio. Anche in questo caso l’IMO3 non è recuperabile.

Indicatori di una buona riuscita

  • IMO3 attivo che si scalda correttamente
  • Odore dolce gradevole, come quello in una foresta.
  • Presenza di macchie bianche di colonie fungine sulla superficie della pila o sul terreno su cui poggia.
  • Formazione di grumi nel materiale, segno di corretta aggregazione microbica.

Completato il processo di fermentazione, dopo circa sette giorni il livello di umidità scende al 40%, rispetto al 65–70% della fase iniziale.
A questo punto si può procedere direttamente con l’IMO4 (scelta consigliata) oppure conservare l’IMO3 per un utilizzo successivo.

Il passaggio immediato all’IMO4 è preferibile perché consente di mantenere i microrganismi in piena attività. La conservazione dell’IMO3, invece, può essere utile quando non si ha la possibilità di preparare subito la fase successiva o quando si desidera creare una scorta da utilizzare in momenti diversi dell’anno. In tal caso, è fondamentale assicurarsi che l’IMO3 sia ben asciutto e conservato in condizioni ottimali per evitare la perdita di vitalità microbica. Ma vediamo come si conserva.

Conservazione dell’ IMO3

L’IMO3 può essere conservato in contenitori che permettano una buona aerazione, come ad esempio sacchi di iuta o stoffa, in un luogo ventilato, ombreggiato e fresco, al riparo dalla luce diretta del sole e dalla pioggia.

In Corea, invece, si utilizzano contenitori di plastica (PE) forati, rivestiti internamente con fogli di carta e con delle foglie secche o della paglia sul fondo; questi contenitori vengono poi impilati uno sopra l’altro, facendo attenzione a non superare l’altezza di 1 metro.

Durante il periodo di conservazione, il livello di umidità può scendere ulteriormente, fino al 20–30%. Questo indica che i microrganismi sono entrati in uno stato di dormienza. In questa fase, non è più necessario rigirare l’IMO3, grazie alle correnti convettive che si generano negli spazi vuoti dei contenitori.

Macchinari per la realizzazione dell’IMO3 e IMO4

Come abbiamo visto, il processo dell’IMO3 è piuttosto laborioso, perché la pila va rigirata frequentemente ogni giorno. Per questo motivo, alcuni hanno provato a semplificare il lavoro utilizzando macchinari nei quali viene versata la crusca inoculata con l’IMO2 e rimescolata meccanicamente.

In questi macchinari i microrganismi proliferano nella crusca, ma la temperatura rimane costante. Questo comporta che si svilupperanno solo microrganismi adatti a quella temperatura specifica. In Natura, invece, la temperatura varia tra il giorno e la notte. Applicando poi questi microrganismi in pieno campo, quando incontreranno temperature più basse, essi si indeboliranno e non saranno in grado di competere efficacemente con quelli già presenti nel terreno.

Si tratta di un dettaglio importante, perché può compromettere la riuscita del nostro lavoro.

Per questo motivo, è consigliabile realizzare l’IMO3 e l’IMO4 all’esterno. Sottoponendo la pila agli sbalzi di temperatura tra giorno e notte, si favorisce la proliferazione di una maggiore diversità di microrganismi, capaci di adattarsi a un più ampio range di temperature.

La scelta dipende quindi dagli obiettivi: utilizzare un macchinario semplifica il lavoro, ma il prodotto finale risulterà meno resistente; seguire il processo tradizionale è più impegnativo, ma il risultato sarà più efficace.

Naturalmente, un buon compromesso è mescolare la pila all’interno del macchinario e poi riportarla all’esterno, esponendola agli sbalzi termici: questo migliora comunque la qualità del prodotto finale.

Non fermatevi all’IMO3

Alcuni, visto l’impegno richiesto dall’IMO3, decidono di fermarsi qui, spaventati dall’idea che l’IMO4 possa essere ancora più difficile. In realtà, non è così.

La gestione dell’IMO4 è identica a quella dell’IMO3, ma dura meno e risulta meno impegnativa di quanto ci si aspetti.

Nell’IMO3, i microrganismi indigeni non sono ancora pronti per l’applicazione in pieno campo: non sono in grado di vincere la competizione con quelli già presenti nel terreno. Fermarsi all’IMO3 non ha senso, significa vanificare tutto il lavoro fatto fino a quel momento. Non lasciatevi intimorire dall’IMO4: andate avanti fino alla fine e otterrete il miglior risultato possibile.

IMO4


La spiegazione che segue non sostituisce la visione del video dedicato all’IMO3. Nel video troverete ulteriori foto e video sulla preparazione, oltre a considerazioni pratiche più dettagliate.


Come anticipato all’inizio, l’agricoltura naturale coreana è stata la prima a evidenziare il problema dell’assimilazione dei microrganismi.

Master Cho ha osservato che, applicando l’IMO3 direttamente in pieno campo, i microrganismi spesso non riuscivano a superare la competizione con quelli già presenti nel terreno.

Per risolvere questo problema, ha sviluppato il quarto passaggio: l’IMO4, in cui all’IMO3 viene aggiunto del terreno del nostro campo.

Questa fase permette ai microrganismi di familiarizzare con quelli già presenti nel terreno locale. È il momento in cui diventano “adulti”, acquisendo esperienza dell’ambiente che li circonda e preparandosi a svolgere al meglio le loro funzioni nel suolo.

Materiali necessari:

  • IMO3 e terra in rapporto 1:1
  • acqua non clorata
  • OHN 1/1000
  • FPJ di artemisia o crescione d’acqua 1/500
  • BRV 1/500
  • Mineral A 1/1000
  • SW cioè acqua di mare 1/30 o in alternativa sale marino 1g/litro di acqua

Strumenti necessari:

Gli stessi usati per l’IMO3 con l’aggiunta di una carriola (o altro) per misurare la quantità di terra e IMO3.

Condizioni ambientali:

L’IMO4 si può fare in qualsiasi stagione nello stesso luogo scelto per l’IMO3.

Procedimento:

Il processo è identico a quello dell’IMO3 solo che questa volta alla nostra pila va aggiunta una stessa quantità pari in volume di terra. La miscela di terra consigliata è la seguente:

terra = 50% terreno del campo + 50% argilla rossa ( 1:1 )

In pratica, al terreno del tuo campo — che non deve contenere troppe pietre — si aggiunge la stessa quantità di argilla rossa o suolo argilloso incontaminato proveniente dalla montagna.

  • Se sei agli inizi e il suolo del tuo terreno è contaminato da residui chimici, ma hai a disposizione argilla rossa pulita, puoi comunque procedere con l’IMO4.
  • Se il terreno è contaminato e non hai argilla rossa pulita, non è consigliabile usarlo.
  • Se il terreno è sano e non disponi di argilla rossa, puoi usare anche solo il suolo del tuo campo.

Vediamo adesso come procedere:

Per l’IMO4 valgono le stesse considerazioni già discusse per l’IMO3 riguardo alla gestione della temperatura (di giorno e di notte), all’odore e agli indicatori di buona riuscita; perciò non le ripeterò.

Conservazione

Come per l’IMO3, l’IMO4 può essere conservato in contenitori che permettano una buona aerazione, come ad esempio sacchi di iuta o stoffa, in un luogo ventilato, ombreggiato e fresco, al riparo dalla luce diretta del sole e dalla pioggia.

In Corea, invece, si utilizzano contenitori di plastica (PE) forati, rivestiti internamente con fogli di carta e con delle foglie secche o della paglia sul fondo; questi contenitori vengono poi impilati uno sopra l’altro, facendo attenzione a non superare l’altezza di 1 metro.

In questo modo l’IMO4 si può conservare per anni ma è raccomandabile usarlo entro 1 anno, non solo perchè se per qualche motivo diventa umido si riattiva rischiando di perdere tutto ma anche perchè in 1 anno i microrganismi in pieno campo cambiano e poi quelli del nostro IMO4 dovranno affrontare una competizione con microrganismi diversi. La cosa migliore è sempre usarlo il prima possibile.

Come utilizzare l’IMO4

Alla fine di tutto questo processo otteniamo l’IMO4, l’unico e solo IMO che, nell’agricoltura naturale coreana, viene applicato in pieno campo. Ma come si usa?

Non basta prendere l’IMO4 e spargerlo sul terreno, e NON va nemmeno mescolato al terriccio per le vaschette di semina.

L’IMO4 si applica nella preparazione del terreno, prima della semina o del trapianto, seguendo un metodo ben preciso chiamato “tecnica di preparazione del suolo”. È una pratica che non affronterò in questo articolo, ma di cui parlerò una volta conclusa la presentazione dei vari preparati.

Perché sì, nell’IMO4 i microrganismi sono pronti a insediarsi stabilmente in pieno campo… ma questo non basta. Nel terreno devono anche trovare “cibo e case”, come dice Master Cho. Lo vedremo meglio più avanti, ma anticipo già una cosa importante: l’IMO4 va applicato in forma solida.

L’IMO4 liquido, di cui si sente spesso parlare, non è adatto per l’applicazione nel terreno. Master Cho lo ha spiegato chiaramente in uno dei suoi corsi: la versione liquida può essere usata come trattamento fogliare, ma non per inoculare il suolo con microrganismi indigeni. Purtroppo, questa è una delle tante pratiche fraintese che si sono diffuse negli ultimi anni.

E l’IMO5? In realtà non esiste.

Quello che alcuni istruttori hanno ribattezzato come IMO5 non è altro che un riadattamento della tecnica di Master Cho chiamata nel suo libro “Fermented Mixed Compost” (Compost misto fermentato).
Si tratta di un metodo per trasformare scarti di produzione — per esempio quelli derivanti dalla pressatura dell’olio di colza — in una risorsa utile. È una pratica occasionale.

Ribattezzarlo “IMO5” rischia di dare l’idea sbagliata dell’esistenza di un ulteriore passaggio nel percorso IMO, cosa che non corrisponde al vero.

Quindi, per chiarezza: l’IMO5 non esiste!

Cambiare la struttura del suolo

Più avanti vedremo come si applica l’IMO4, ma che effetti produce nel terreno?

Nei video e nelle lezioni di Master Cho si raccontano spesso risultati straordinari ottenuti grazie all’IMO e alla tecnica di preparazione del suolo.

A titolo di esempio, queste immagini provengono da una slide della figlia di Master Cho: si vede una persona infilare a mani nude un’asta di ferro di circa 1,8 m in un terreno su cui gli IMO sono stati applicati per diversi anni con la tecnica di Master Cho.

Per quanto tempo dovremo applicarlo per ottenere gli stessi risultati? Dipende dallo stato del nostro terreno. Potrebbe essere più che sufficiente una sola applicazione o, male che vada, ne serviranno delle altre per un massimo di 3 anni circa. Dopodiché non sarà più necessario altro IMO, i microrganismi saranno ormai ben insediati.

IMO4 e allevamento

Nel metodo di allevamento di Master Han Kyu Cho, l’IMO4 è fondamentale. Grazie ai microrganismi dell’IMO, scompaiono cattivi odori e non è più necessario smaltire letame o liquami. Nei letti dei suini, per esempio, il materiale viene sostituito solo una volta ogni sette anni. Il letame viene decomposto immediatamente dai microrganismi, creando un ambiente pulito e sano per gli animali.

L’IMO4 diventa anche parte del loro nutrimento, fino a un massimo del 30% del mangime, mentre il resto è costituito da colture autoprodotte, in un sistema circolare che integra perfettamente agricoltura e allevamento.

Tratterò in dettaglio questo argomento in un articolo dedicato.

Ricerche scientifiche sull’IMO

L’Università delle Hawaii ha condotto una serie di studi sull’IMO su di cui c’è un interesse sempre crescente sebbene ancora non si conosca del tutto come funzioni.

Numerosi studi suggeriscono che esiste una correlazione tra la fertilità del suolo e la quantità di microrganismi (compresi nematodi, batteri, funghi e protozoi) presenti nel suolo.

Confronto con l’agricoltura biologica e convenzionale

Uno studio condotto all’Università delle Hawaii, confrontando i metodi di coltivazione dell’agricoltura naturale coreana, di quella biologica e convenzionale, ha evidenziato come l’agricoltura naturale coreana ha favorito una migliore catena alimentare del suolo, come indicato da comunità più ricche e strutturate di nematodi.

In una ricerca pubblicata a settembre 2021 sono stati confrontati i cambiamenti nella popolazione di batteri solubilizzatori fosfati ed i batteri fissatori dell’azoto nel tempo in suoli trattati con il metodo dell’agricoltura naturale coreana, dell’agricoltura biologica ed infine dell’agricoltura convenzionale.

I dati mostrano come i campioni trattati con i metodi dell’agricoltura naturale coreana presentano una maggiore abbondanza di popolazioni batteriche. Inoltre i campioni biologici e dell’agricoltura naturale presentano una maggiore diversificazione tra i gruppi di batteri rispetto a quelli trattati con i fertilizzanti chimici convenzionali.

In termini di abbondanza e diversità, i campioni trattati convenzionalmente hanno il minor numero di batteri presenti nel terreno.

L’agricoltura biologica e quella naturale si basano su un concetto simile: ricreare la biodiversità naturale incoraggiando la complessità degli organismi viventi a modellare ogni ecosistema e a prosperare insieme alle piante.

L’agricoltura biologica, a differenza di quella convenzionale, favorisce la crescita dei batteri fornendo loro materia organica da decomporre in un processo lento che così rilascia solo la quantità necessaria di nutrienti richiesti, sia per i batteri che per le piante, per prosperare e crescere evitando il rischio di un’eccessiva fertilizzazione.

L’agricoltura naturale coreana differisce dagli altri due metodi in quanto comporta un aumento voluto della popolazione microbica del suolo fornendo materia organica ed input naturali come fonti di nutrimento per batteri e piante. La ricerca mostra che sia l’agricoltura biologica che quella naturale promuovono la presenza di batteri nel suolo, solo che tipologie diverse ed in quantità diverse, i dati hanno evidenziato che la concentrazione di popolazioni batteriche era maggiore nei campioni trattati con l’agricoltura naturale coreana rispetto a quella biologica.

L’agricoltura convenzionale fa molto affidamento ai fertilizzanti di sintesi che forniscono immediatamente nutrienti essenziali al terreno che sono rilasciati non appena il fertilizzante si scioglie in acqua. Questo è motivo di preoccupazione perché qualsiasi parte inutilizzata è a rischio dilavamento o lisciviazione nelle acque sotterranee. È plausibile quindi che i campioni trattati con i metodi convenzionali presentino il minor numero di batteri perché i fertilizzanti sintetici non forniscono le risorse necessarie
di cui i batteri hanno bisogno per sopravvivere.

Popolazioni batteriche

I risultati hanno mostrato inoltre che Bacillus megaterium e Bacillus aryabhattai erano comuni in tutti i campioni di terreno raccolti. Entrambi questi batteri hanno dimostrato di promuovere la crescita e la resistenza alle malattie nelle piante. B. megaterium è un azoto fissatore mentre B. aryabhattai solubilizza il fosfato di calcio e lo zinco insolubili oltre a produrre le giberelline che sono degli ormoni vegetali.

Batteri promotori della crescita

Inoltre i dati hanno mostrato la presenza di Bacillus subtilis, Bacillus pumilis e Bacillus licheniformis solo nei campioni trattati con l’agricoltura naturale coreana.

Questi batteri sono comunemente indicati come rizobatteri promotori della crescita delle piante (PGPR). I PGPR contribuiscono alla promozione della crescita delle piante sintetizzando composti particolari per le piante, facilitando l’assorbimento di alcuni nutrienti nel suolo e diminuendo o prevenendo la suscettibilità delle piante alle malattie.

In uno studio il B. subtilis ha potenziato le attività fotosintetiche delle piante di fave aumentando l’efficienza fotosintetica delle foglie ed il loro contenuto di clorofilla. Il B. subtilis aumenta la tolleranza al sale del trifoglio bianco. Altri PGPR come B. pumilis e P.fluorescens proteggono l’apparato radicale della pianta riducendo le irritazioni causate da nematodi patogeni.

Popolazioni batteriche in diversi campioni di IMO4

Un altro studio, sempre dell’Università delle Hawaii, del marzo 2023 ha analizzato le popolazioni batteriche presenti in diversi campioni di IMO4 presi da diversi agricoltori naturali del luogo.

I dati evidenziano come il 90% dei batteri appartengono a ceppi di Bacillus. Le specie Bacillus sono batteri tipicamente presenti nel suolo e nel tratto gastrointestinale umano, sono in grado di metabolizzare il fosforo (attraverso la solubilizzazione) e l’ azoto (attraverso la fissazione dell’azoto). Si trovano negli strati superiori del terreno e possono crescere ad altitudini elevate.

Di questi il 54% sono specie di B. subtilis, l’11 % di B. amyloliquefaciens, un altro 11% di Bacillus velezensis, ed infine un 6% di Bacillus licheniformis.

Alla fine questi studi mostrano il gran potenziale dell’IMO come bio-fertilizzante in grado di ridurre la necessità di erbicidi e pesticidi, sebbene si conosca ancora molto poco su di esso.

I biofertilizzanti

I microrganismi come “biofertilizzanti” aumentano la disponibilità di nutrienti nel suolo per le piante grazie alla produzione di metaboliti secondari, che sono nutrienti essenziali per le piante che da sole non riuscirebbero ad assorbire. Questi metaboliti secondari vengono prodotti attraverso la fissazione dell’azoto e la solubilizzazione del fosforo.

Gli IMO quindi sono molto efficaci nel migliorare la fertilità del suolo e nella prevenzione delle malattie delle piante, quindi costituiscono una valida alternativa ai fertilizzanti ed ai pesticidi di sintesi.

Conclusioni

IInsomma, il mondo dei microrganismi è ancora in gran parte sconosciuto, ma nasconde enormi potenzialità.

Master Han Kyu Cho, nel suo metodo di agricoltura naturale, si affida al lavoro dei microrganismi e dei piccoli animali, piuttosto che ai macchinari e alla chimica. Come afferma alla fine della sua prima lezione al seminario all’Università delle Hawaii nel 2010, ora spetta a noi decidere se restare ancorati al passato o andare avanti.

Master Cho ci fornisce metodi semplici, alla portata di tutti, per guardare al futuro.

In questo articolo ho tradotto l’intero procedimento per realizzare personalmente una coltura di microrganismi autoctoni: la più potente che possiamo ottenere, perché sono proprio i microrganismi indigeni quelli in grado di sopravvivere e prosperare nei nostri terreni.

Nei prossimi articoli continuerò con la traduzione degli altri preparati, per poi affrontare le varie tecniche, la Teoria del Ciclo Nutritivo e le formule dei diversi trattamenti.

La forza di ciascun preparato risiede nella loro combinazione: da soli non sono così potenti. Dopo tutto, è sempre l’unione a fare la forza.


Se qualcosa non fosse chiaro o vuoi condividere la tua esperienza, lascia un commento qui sotto: mi farà piacere leggere le tue impressioni e rispondere alle tue domande.


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2 Risposte a “IMO – i microrganimsi indigeni”

  1. Ciao Elisa, intanto complimenti per i tuoi contenuti e per il tempo che hai deciso di condividere giacché il tempo, dopo la salute, é la cosa più importante che abbiamo. Sono molto interessato ai tuoi contenuti ed alla cura del suolo più in generale. Durante gli approfondimenti che sto svolgendo sono incappato anche nei EM (microrganismi efficaci). Ti chiederei cosa ne pensi e in cosa si differenziano dagli IMO#. GRAZIE

    1. Ciao, grazie mille per i complimenti. Riguardo la tua domanda troverai la risposta in un video sul mio canale YouTube dal titolo “IMO e inoculi microbici in commercio a confronto”. Non posso darti una risposta più precisa sulle differenze IMO ed EM perché non vorrei avere problemi legali. Il discorso è sempre più o meno lo stesso in ogni caso. Grazie ancora.

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